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Biografia e Filmografia

Quello che state per leggere è una biografia-filmografia di Alfred Hitchcock ricavata in buona parte dall’insostituibile testo Il lato oscuro del genio. La vita di Alfred Hitchcock di Daniel Spoto, riferimento bibliografico per eccellenza, un libro che non può mancare nella biblioteca di chi ama il regista inglese e intende approfondire il suo cinema.

Altri testi molto interessanti (utilizzati per la mia tesi di laurea magistrale) sono:

G.P. Brunetta, Il cinema di Hitchcock, Venezia 1994

S. Gottlieb, Alfred Hitchcock, io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro. Traduzione di R. Bnà, Roma 2008

I. Moscati, Hitchcock, il laboratorio del brivido, Roma 2009

E. Rohmer-C. Chabrol, Hitchcock. Traduzione di A. Costa, Venezia 2010

G. Simonelli, Invito al cinema di Hitchcok, Milano 1996

Forse non tutti sanno che Alfred Joseph Hitchcock (Londra, 13 agosto 1899 – Los Angeles, 29 aprile 1980) non è sempre stato apprezzato dalla critica e dal pubblico come lo è oggi: ancora a metà degli anni Cinquanta, nella Hollywood dominata dai produttori, Hitchcock era considerato un bravo regista di genere, ma non certo un grande autore e né tantomeno un artista.

Ci vollero i critici della rivista francese Cahiers du cinéma, Eric Rohmer, Claude Chabrol e Francois Truffaut (futuri registi), a riconsiderare, con approfondite e lucide analisi, la carriera del regista londinese e a riconoscere le sue capacità di autore e quindi di artista a pieno titolo.

La carriera cinematografica e la vita privata di Hitchcock furono segnati in maniera indelebile dalla rigorosa educazione cattolica impressagli dalla famiglia di origine irlandese: il senso di colpa e il perdono, il peccato e le pulsioni sessuali represse, la sfiducia nel rapporto uomo-donna e la tormentata inevitabilità della vita di coppia.

Due episodi in particolare furono così determinanti nell’infanzia del piccolo Alfred da lasciare un segno duraturo: un giorno suo padre, per punirlo dopo una marachella, lo portò in un commissariato di polizia e lo fece rinchiudere in una cella per cinque minut. Da questo episodio si forma il suo terrore nei confronti di qualsiasi tipo di autorità, spesso rintracciabile nel suo cinema. In un’altra occasione, all’età di 5 anni, lasciato solo in casa la sera dai genitori, Alfred si svegliò e rimase sconvolto dalla paura del buio e dalla solitudine.
Come ricorderà anni più tardi lo stesso regista, si asciugò “le lacrime mangiando una bistecca fredda trovata in cucina”: da questo episodio il ruolo del cibo come rimedio alla solitudine della vita.

Questi due avvenimenti infantili ci offrono una chiave di lettura della sua carriera contrassegnata da alcune tematiche narrative e visive ricorrenti: il senso di colpa col conseguente transfert di colpa (un innocente ingiustamente accusato che sente comunque il peso della congiura): l’esempio più chiaro di transfert è padre Logan (Montgomery Clift) in Io confesso che, a causa del segreto della confessione, rimane imprigionato nel suo “transfert di colpa”; altri esempi del genere sono Cary Grant in Caccia al ladroIntrigo internazionale Il sospetto, Henry Fonda ne Il ladro.

L’ossessione per il sesso (specialmente in Intrigo InternazionalePsychoLa donna che visse due volte, Marnie), la paura del vuoto (La donna che visse due volte, Sabotatori, Blackmail-Il ricatto), il voyeurismo (L’Uomo che sapeva troppoPsycho e La Finestra sul cortile), il tema del doppio (in Delitto per delitto e L’ombra del dubbio), la presenza costante nei suoi film dell’incompatibilità del rapporto uomo-donna.

È il regista che assomiglia di più a uno scrittore,
nella misura in cui i suoi film li crea da solo nella sua stanza,
ed è quella, per lui, la realizzazione di un film.
E questo lo rendeva unico.

Brian Moore, sceneggiatore