Truffaut scrive, nell’introduzione della sua celebre intervista al regista:

Il cinema di Alfred Hitchcock non è sempre esaltante, ma arricchisce sempre, se non altro per la grandissima lucidità con la quale denuncia le offese fatte dagli uomini alla bellezza e alla purezza. Se siamo disposti ad accettare l’idea che il cinema non sia inferiore alla letteratura credo sia necessario classificare Hitchcock (..) nella categoria degli artisti inquieti come Kafka, Dostoevskij, Poe. Questi artisti dell’angoscia non possono evidentemente aiutarci a vivere, perché vivere per loro è già difficile, ma la loro missione è di dividere con noi le loro ossessioni. Con questo, anche ed eventualmente senza volerlo, ci aiutano a conoscerci meglio, il che costituisce un obiettivo fondamentale di ogni opera d’arte [1].

Il libro di Truffaut, basato sulle trascrizioni di una serie di interviste che si svolsero nel corso di una settimana nell’agosto del 1962, è un monumento importante nella costruzione dell’immagine pubblica e della reputazione di Hitchcock, ma è anche una riabilitazione della sua arte, cosa che se per noi oggi è scontata, non lo era negli anni Quaranta e Cinquanta, quando Hitchcock non era ancora considerato un autore a pieno titolo dai critici americani.
Truffaut ha avuto il merito di contribuire a togliere il mago del brivido da questa sua limitativa etichetta e lo ha considerato per quello che in effetti era ed è: «un’artista davvero unico, dotato di una personalità fortissima, con una sensibilità in più rispetto alle grandi figure che hanno trasformato Hollywood e il cinema nel vero romanzo del Novecento», scrive Donald Spoto, studioso americano che scrisse una meticolosa monografia su Hitch.

 

[1]   Truffaut 2014, pag 22 = F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock. Traduzione di G. Ferrari e F. Pititto, Milano 2014 [Edizione originale: F. Truffaut, Le cinéma selon Hitchcock, Paris 1966]