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Periodo americano

L’incontro con Selznick e il primo periodo americano (1940-1953)

In un’intervista del 12 marzo 1938, Hitchcock disse:

Se dovessi andare a Hollywood lavorerei solo per Selznick. L’aspetto fondamentale dello star system è che ti permette di andare sopra le righe dal punto di vista della storia. E poi sono gli attori che portano il pubblico al cinema.
Il nome di una star è come uno squillo di tromba e influisce sul fattore tempo.
Il regista del film verrà presto dimenticato a meno che non migliori la sua posizione e accresca il suo potere diventando produttore.

All’epoca, nel sistema cinematografico americano l’ultima parola sul set spettava al produttore (e non al regista come in Europa) e dopo qualche scontro iniziale con O’ Selznick Alfred Hitchcock si adeguò, realizzando film che risultavano un successo al botteghino, anche se spesso non lo soddisfavano pienamente.
Con gli anni acquisì tuttavia una libertà d’azione sempre maggiore riuscendo a coniugare le esigenze dell’industria alla sua arte cinematografica.

Il primo copione tramutato in film è Rebecca – Rebecca, la prima moglie (1940) tratto dall’omonimo romanzo di Daphne Du Maurier, dalle atmosfere gotiche e cupe, interpretato mirabilmente da Laurence Olivier e Joan Fontaine. Rebecca è l’unico film di Hitch che si è aggiudicato l’Oscar come miglior film. Mai però una statuetta alla regia.

Joan Fontaine fu anche la protagonista del successivo Suspiction – Il sospetto (1941), lavoro che segna l’inizio della collaborazione tra Hitchcock e la star della commedia Cary Grant e che in futuro diventerà, insieme a James Stewart, il volto maschile hitchcockiano per eccellenza.
Il soggetto è tratto dal romanzo Before the Fact di Frances Ile, ed è considerato una pietra miliare del genere giallo.

Era la bizzarra storia di una donna così follemente innamorata del marito da  sopportare la consapevolezza che lui fosse un ladro, un donnaiolo e un assassino. La donna, pensando che l’uomo «non si deve riprodurre», lascia una lettera di spiegazione per il suicidio e beve del latte avvelenato, nella convinzione che il marito volesse ucciderla. A Hitchcock piacque lo strano taglio psicologico correlato con l’ossessione della morte e fece in modo che le azioni del marito si rivelassero immaginazioni della mente di una donna nevrotica e sospettosa.

Il film fu meno dispendioso dei precedenti (girato interamente in studio) ma richiese molto tempo sia per le riprese sia per la scelta del titolo, che venne deciso dai dirigenti solo pochi giorni prima della distribuzione. Suspection, titolo che Hitchcock aveva attinto dal romanzo, che inizia così:
«Ci sono donne che generano degli assassini, donne che li amano, donne che li sposano. Lina Aysgarth ci mise otto anni per accorgersi di aver sposato un assassino».
Per l’interpretazione di questo giallo psicologico caratterizzato da alta suspence la Fontaine ricevette l’Oscar come migliore attrice protagonista.

Shadow of a Doubt – L’ombra del dubbio (1943), citato spesso come uno dei film preferiti da Hitchcock stesso, è incentrato sulla figura dello zio Charlie (interpretato dall’attore Joseph Cotten): un uomo affascinante che si trasferisce in una cittadina californiana a casa dalla sorella, mentre in realtà l’uomo è in fuga dalla giustizia per aver commesso un omicidio.
La nipote Charlie (Teresa Wright) adora lo zio, è in simbiosi con lui, e in fondo non è altro che il suo doppio (In comune hanno perfino il nome).  Il film merita un particolare approfondimento: vedi approfondimento .

Una produzione non eccezionale (ma che personalmente amo perché intrisa di psicanalisi) come Spellbound – Io ti salverò (1946, Spellbound significa letteralmente “posseduto”), è tuttavia da menzionare soprattutto per la meravigliosa scena surrealista del sogno ideata da Salvador Dalì (contenente anche una citazione da Un chien andalou, capolavoro del 1929 diretto dallo stesso Dalì e Bunuel).
Hitchcock era un grande appassionato d’arte, amava particolarmente Paul Klee, nonché collezionista di importanti dipinti; tutto il suo cinema è pervaso da riferimenti alla pittura e all’arte in senso lato.

Il film è una bizzarra storia di stregonerie, riti satanici, omicidi e scambi d’identità; il tutto ambientato in un manicomio svizzero.
I ruoli principali furono interpretati da Gregory Peck, Ingrid Bergman e Leo G. Carroll.
Spellbound è il primo film in cui Hitchcock affronta il tema della colpa, una febbrile sensazione di colpa e un tormentato romanticismo, intimamente collegati all’esplorazione del lato oscuro della natura umana.
Colpa che rispecchia quella del regista nei rapporti col padre e che gli impedirà, in tutti i suoi film successivi, di far raggiungere l’amore ai suoi protagonisti: nel mondo di Hitchcock che va rivelandosi film dopo film, né chi ama né chi è amato riesce a liberarsi dalle manette del suo passato e dal risentimento o rimorso che ciò comporta.

Ricorda Ingrid Bergman, intervistata da Spoto l’8 maggio 1975:

Era educato, ma se qualcuno lo disturbava sapeva come fare per ottenere il silenzio.
Per farci arrabbiare diceva: “Bene, ora siete arrivati voi attori, il mio divertimento è finito.
Siccome tutto il suo piacere stava nella preparazione, nella scrittura, nel posizionare le macchine da presa, nelle fantasticherie della sua mente, ci considerava degli intrusi nelle sue fantasie”.

Il primo vero capolavoro americano arriva solo nel 1947 con Notorious, una sorta di spy movie incentrato sul triangolo amoroso tra tre personaggi, Delvin, Alicia e Alexander Sebastian, magistralmente interpretati rispettivamente da Cary Grant, Ingrid Bergman e Claude Rains. Alcune scene sono da antologia: la carrellata con zoom sulle chiavi nascoste nella mano della Bergman, la suspense elevata all’ennesima potenza nella scena in cantina e il meraviglioso, interminabile bacio finale di Delvin ad Alicia mentre la porta via da casa Sebastian e la salva dalla morte per lento avvelenamento.

L’idea di trasformare una donna  in modo da farle assumere un’altra identità sociale è centrale nei film di Hitchcock e sarà un motivo che verrà esplorato in modo quasi demoniaco in Vertigo (La donna che visse due volte, 1958).
In Notorius, per la prima volta, il ruolo della madre è tra i principale e si modifica in una figura alla quale poter confidare la rabbia, le colpe, il proprio struggimento. Così come i due uomini del film rappresentano i due aspetti dei desideri di Hitchcock (l’aspetto passionale e quello represso) allo stesso modo le due donne fondono e confondono i ruoli della moglie e della madre.

Il caso Paradine (1947), tratto dall’omonimo romanzo di Robert Hitchens, affronta una storia giudiziaria dove un’imputata incriminata dell’omicidio del marito si innamora del proprio avvocato. Non soddisfatto degli attori scelti dalla produzione (Alida Valli al posto di Greta Garbo e Gregory Peck al posto di di Laurence Olivier) e dalla sceneggiatura ritoccata più volte da Selznick, Hitchcock si bloccò in un racconto ampolloso e non sempre chiaro.

Rope – Nodo alla gola (1948), primo film del regista girato come produttore, girato con un unico piano sequenza (in realtà diviso in più inquadrature), appare oggi una piacevolissima opera teatrale sostenuta da un ottimo cast . Storia scioccante – due amanti omosessuali uccidono un amico per fare un’esperienza intellettuale e nascondono il cadavere in una cassapanca dove poi serviranno una cena agli amici – viene raccontata da Hitchcock con raccapricciante e macabro humour e inaugura il sodalizio del regista con James Stewart, snobbato dalla critica dell’epoca.

Per Hitchcock, che non aveva rinnovato il contratto con Selznick, questo film era la sfida tecnica che desiderava. Fu il primo film di Hitch a essere girato in Technicolor, con una macchina da presa che si spostava continuamente da un attore all’altro e da una stanza all’altra in un ambiente chiuso: un attico di Manhattan.

Dall’opera omonima di Patricia Highsmith, nel 1951 Hitchcock realizza Strangers on a Train (L’altro uomo; riedizione: Delitto per delitto), uno dei suoi marchi autoriali più distintivi. Lo psicopatico omosessuale Bruno Anthony (Robert Walker) incontra sul treno (il film si apre con il doppio binario parallelo e poi l’inquadratura scende sui piedi dei due personaggi) il famoso tennista Guy Haines (Farley Granger) e gli chiede uno “scambio” di vittime: Bruno ucciderà l’odiata e ricattatrice moglie di Guy e questi farà altrettanto col padre autoritario dell’altro.

Oltre alla particolarità dell’intreccio narrativo restano nella memoria gli istanti di suspense sulle scale quando Guy incrocia un cane enorme, gli occhiali della vittima attraverso i quali vediamo Bruno assassinare la moglie del tennista e lo spettacolare finale su una giostra impazzita gremita di bambini.

A questo film fece seguito I Confess – Io confesso (1953), la cui sceneggiatura si basa sul dramma francese del 1902 Nos deux consciences di Paul Anthelme. Il film tratta dell’inviolabilità del segreto confessionale davanti a un omicidio e dell’uomo ingiustamente accusato.  Il regista ha supervisionato personalmente la stesura eseguita dagli sceneggiatori. Come sempre, nei filmdi Hithcock ogni cosa viene pianificata dall’inizio.
Si può dire che non c’è mai un vero montaggio nel senso classico del termine, in quanto le scene girate vengono semplicemente unite tra loro.

Hitchcock concluse il suo sodalizio con la Warner Brothers realizzando un secondo film ambientato completamente in un appartamento, Dial M For Murder – Il delitto perfetto (1954), mirabilmente girato dal regista in adattamento a un testo teatrale dal titolo omonimo, interpretato da Grace Kelly, alla prima apparizione in un Hitchcock’s movie, Ray Milland Anthony Dawson.

Il film segna l’inizio della collaborazione fra Hitchcock e Grace Kelly, con la quale girerà gli altri due film successivi. Il regista trovò in lei un’attrice pienamente rispondente alle sue esigenze espressive: una bionda elegante in apparenza fredda e distaccata, ma con un gran «fuoco dentro» e un carattere molto solare.

Molti anni dopo, nell’aprile del 1974, durante una serata di gala in onore del regista vennero proiettati alcune scene dei suoi film e Hitchcock, chiamato dagli applausi a concludere la serata, commentò con una battuta a doppio senso:

Come avete visto sullo schermo le forbici sono il mezzo migliore.

Un chiaro riferimento a Delitto perfetto ma soprattutto a quella che lui ritiene la sua arte, l’arte del montaggio.